L’estate porta con sé l’idea di un ritmo diverso. Per qualcuno significa finalmente fermarsi; per altri significa semplicemente sostituire gli impegni abituali con una lunga lista di cose da fare: viaggi, escursioni, incontri, attività, esperienze. Si smette di lavorare, ma non necessariamente di essere occupati.
Eppure, anche quando non ci concediamo una vera pausa, il cambiamento delle abitudini può modificare le condizioni in cui viviamo le nostre giornate. Cambia ciò che ci circonda, cambiano le richieste alle quali rispondiamo e, qualche volta, cambia anche la nostra attenzione.
È proprio da qui che può nascere una possibilità interessante: accorgerci di qualcosa che, nel ritmo consueto, tendeva a rimanere sullo sfondo.
Che cosa percepiamo quando cambia il ritmo?
Sono in vacanza.
Finalmente.
Niente sveglia, niente appuntamenti di lavoro, niente corse da una parte all’altra. Questa volta posso davvero rallentare.
Poi guardo quello che ho programmato per i prossimi giorni: una camminata, una visita, una cena, una giornata al mare, forse un’escursione. Non mi sembra esattamente il programma di qualcuno che ha deciso di non fare niente.
Ma non c’è niente di strano. In fondo sono in vacanza. Posso fare cose che durante l’anno non riesco a fare, vedere persone, andare in posti nuovi, muovermi di più. È un altro tipo di tempo, non necessariamente un tempo vuoto.
Allora forse la questione non è quanto faccio. Forse è un’altra.
Ho davvero cambiato ritmo oppure ho semplicemente cambiato attività?
La domanda rimane lì per un po’. Perché è vero che in estate cambiano molte cose: gli orari, gli impegni, i luoghi, le abitudini. Ma non per tutti questo significa fare meno. C’è chi parte per riposarsi e torna dalle vacanze con un elenco di esperienze da raccontare. E c’è chi, invece, non vede l’ora di avere finalmente una settimana senza programmi.
Due modi molto diversi di vivere la stessa pausa.
Quindi che cosa significa davvero cambiare ritmo?
Forse non dipende soltanto dal numero di cose che faccio. Forse dipende anche da quante cose, continuamente, chiedono la mia attenzione.
Qualche giorno dopo mi trovo davanti a una situazione piuttosto insolita: non ho niente da fare.
Niente di urgente, niente già programmato, nessuno che mi aspetta.
Bene. Adesso mi riposo.
Rimango lì qualche minuto. Poi penso che potrei leggere.
No, volevo riposarmi.
Potrei fare una passeggiata.
Ma perché dovrei fare una passeggiata? Non devo andare da nessuna parte.
Prendo il telefono. Lo guardo. Non c’è niente di particolare. Lo rimetto giù.
A questo punto la questione comincia a diventare interessante. Se non ho bisogno di fare nulla, perché sento così rapidamente il bisogno di trovare qualcosa da fare?
Forse è questo che chiamo noia. O forse “ozio” sarebbe una parola più interessante. La noia sembra qualcosa da cui liberarsi; l’ozio, almeno nella sua storia, ha avuto un significato molto diverso: uno spazio sottratto al fare, al negozio, agli affari, alle occupazioni.
E improvvisamente mi accorgo che quello spazio non mi è così familiare.
Poi succede una cosa ancora più curiosa.
Quando finalmente diminuiscono le cose da fare, mi sento stanco.
Non semplicemente rilassato. Stanco.
Mi viene quasi da pensare che ci sia qualcosa che non funziona: non dovrebbe essere proprio questo il momento in cui recupero le energie?
Aspetta.
E se la stanchezza non fosse arrivata adesso?
E se fosse semplicemente diventata più facile da sentire?
Durante le giornate abituali ci sono talmente tante cose che richiedono la mia attenzione che forse alcune sensazioni rimangono sullo sfondo. Non spariscono: semplicemente non arrivano abbastanza in primo piano da essere riconosciute.
Quando il rumore diminuisce, non è detto che compaiano nuovi suoni. Alcuni diventano soltanto più distinguibili.
Così posso accorgermi di una stanchezza che avevo trascurato, di una tensione nel corpo, di un diverso bisogno di dormire. Ma può accadere anche il contrario: posso scoprire di avere più energia di quanto pensassi, una voglia di camminare, di uscire, di fare qualcosa senza che ci sia un motivo particolare.
E allora viene da chiedersi: questa energia è comparsa adesso o adesso riesco semplicemente a sentirla?
Non lo so.
Ed è proprio questo il punto interessante.
Forse il cambiamento di ritmo non produce necessariamente qualcosa di nuovo. Cambia le condizioni nelle quali osservo quello che c’è.
E allora la questione si sposta. Non riguarda più soltanto il riposo, le vacanze o il modo in cui organizzo il mio tempo libero. Riguarda l’attenzione.
Durante una giornata normale posso passare da una cosa all’altra quasi senza accorgermene. Finisco qualcosa e penso già a ciò che viene dopo. Mangio mentre penso a un impegno. Cammino e intanto controllo il telefono. Parlo con qualcuno e una parte della mia attenzione è già occupata da quello che dovrò fare tra un’ora.
Non c’è necessariamente niente di sbagliato. Ma che cosa succederebbe se, per un momento, non ci fosse già qualcosa dopo?
Forse è proprio questo che le vacanze, quando davvero cambiano le condizioni delle mie giornate, possono rendere più evidente. Non mi regalano automaticamente un’attenzione migliore. A volte mi offrono semplicemente un po’ più di spazio perché possa accorgermi di come la mia attenzione funziona.
E allora mi viene un’altra domanda.
Per avere un’attenzione più viva devo aspettare di essere in vacanza?
Probabilmente no.
Le vacanze, prima o poi, finiscono. Tornano gli orari, le responsabilità, le cose da fare. Non posso — e forse nemmeno vorrei — vivere tutto l’anno con il ritmo di una settimana al mare.
Ma forse posso portare con me una domanda.
Che cosa c’era nelle condizioni di quelle giornate che mi permetteva di sentire meglio alcune cose?
Più tempo? Meno richieste? Più movimento? Più silenzio? Qualche spazio non programmato? Oppure semplicemente il fatto di non dover passare continuamente da un’attività alla successiva?
Non c’è una risposta valida per tutti. E forse non serve trovarla subito.
Potrebbe essere più interessante cominciare a osservare quando la mia attenzione è più viva e quando, invece, sembra già impegnata altrove.
Un piccolo esperimento
Nei prossimi giorni potrei provare a lasciare un breve intervallo della giornata senza programmarlo. Non per recuperare qualcosa. Non per rilassarmi nel modo giusto. Non per trasformarlo in un esercizio di consapevolezza.
Semplicemente, lasciare che per qualche minuto non ci sia niente da fare.
E quando arriva l’impulso di riempire quello spazio, osservare.
Che cosa sento nel corpo? Dove va spontaneamente la mia attenzione? Che cosa mi viene voglia di fare?
E soprattutto: riesco a lasciare che quel tempo rimanga semplicemente vuoto?
Non c’è una risposta giusta o una risposta sbagliata. L’esperimento consiste proprio nell’osservare che cosa accade.
Forse scopro che mi annoio. O forse che mi rilasso. Forse che mi viene voglia di fare qualcosa che avevo dimenticato. O forse che, per qualche minuto, non ho bisogno di fare proprio nulla.
Forse, alla fine, la domanda da portarsi dietro non è soltanto che cosa percepisco quando cambia il ritmo?
Potrebbe essere anche questa:
che cosa cambia nella mia attenzione quando cambiano le condizioni nelle quali vivo?
E, ancora, che cosa potrei modificare nella mia quotidianità per lasciare alla mia attenzione un po’ più di spazio?
Non per trasformare anche questo in un nuovo obiettivo da raggiungere. Sarebbe un curioso paradosso: accorgermi dell’importanza dell’ozio e poi riempire l’agenda per imparare a praticarlo.
Forse basta cominciare da qualcosa di molto più semplice.
Ogni tanto, non avere subito bisogno di fare qualcosa.
E vedere che cosa succede.
— Un ricercatore in vacanza
Specializzazione: osservare quello che faccio quando penso di non fare niente.
