Le vacanze dovrebbero essere il momento in cui finalmente rallentiamo. Almeno così si dice.
Poi arrivano davvero e ci troviamo a dover partire presto per evitare il traffico, camminare per chilometri, visitare posti, organizzare cene, vedere persone che durante l’anno non riusciamo mai a incontrare. C’è chi torna a casa riposato e chi avrebbe bisogno di qualche giorno per riprendersi dalle ferie.
Forse abbiamo dato per scontata un’equivalenza che spesso non esiste: essere in vacanza non significa necessariamente rallentare.
E non è nemmeno detto che sia un problema.
Ci sono cambiamenti che non dipendono dalla quantità delle cose che facciamo. Cambiano gli orari, i luoghi, le persone, il tipo di impegni. Per qualche giorno rispondiamo a richieste diverse da quelle abituali e qualcosa può spostarsi anche nel modo in cui viviamo il tempo e percepiamo ciò che accade.
A volte basta questo affinché ciò che nel ritmo consueto rimane sullo sfondo diventi più evidente.
Vale la pena osservarlo.
Cambiare ritmo o cambiare attività?
Prendiamo un individuo qualunque in vacanza.
Diciamo che è partito con intenzioni costruttive: riposarsi, non guardare l’orologio, possibilmente non pensare al lavoro.
Il programma dei primi giorni comprende una camminata, una visita, una cena, una giornata al mare, un’escursione e alcune persone che “bisogna assolutamente riuscire a vedere”.
Il nostro viaggiatore è molto soddisfatto. Sostiene di stare finalmente rallentando.
Non contraddiciamolo.
La cosa interessante non è stabilire se abbia ragione. È osservare che, pur continuando a fare parecchie cose, può sentirsi diverso.
Magari dorme meglio. Oppure di più. Cammina volentieri quando normalmente prenderebbe l’auto. Ha voglia di uscire. O, al contrario, scopre una stanchezza che durante l’anno non aveva notato.
Le attività sono cambiate. Ma sono cambiate anche le condizioni nelle quali le vive.
È una differenza meno evidente e probabilmente più interessante.
Cambiare ritmo, allora, potrebbe non significare semplicemente fare meno. Può voler dire trovarsi, per qualche giorno, dentro un’organizzazione diversa del tempo, delle richieste e dell’attenzione.
Un pomeriggio libero può creare qualche problema
Il nostro amico, qualche giorno dopo, si trova davanti a un evento raro: un pomeriggio senza programmi.
Potrebbe leggere. Fare una passeggiata. Sedersi in riva al mare.
Nel giro di pochi minuti, però, ricorda alcune carte da sistemare, una commissione rimasta indietro e qualcosa che da tempo andrebbe aggiustato in casa.
Ottimo. Il pomeriggio è salvo.
C’è qualcosa di molto familiare in questo bisogno di trovare rapidamente una destinazione al tempo disponibile. Siamo così abituati a pensarlo in termini di utilizzo: impiegarlo bene, non sprecarlo, approfittarne. Persino il riposo rischia qualche volta di diventare qualcosa da fare bene.
E qui torna utile una parola dalla reputazione non proprio brillante: ozio.
L’otium non coincideva semplicemente con il non fare nulla. Contrapposto al negotium, indicava un tempo sottratto agli affari e alle occupazioni, nel quale potevano trovare posto anche attività che non avevano l’obbligo di produrre un risultato.
Leggere, quindi. Camminare. Guardare il mare.
La differenza non è necessariamente tra attività e inattività. È tra un tempo al quale chiediamo continuamente di servire a qualcosa e un tempo che, almeno per un po’, può non dover produrre nulla.
Sembra una distinzione piccola.
Eppure basta lasciare davvero libero un pomeriggio per scoprire quanto facilmente sentiamo il bisogno di riempirlo.
Quando il corpo diventa più facile da sentire
C’è poi un fenomeno piuttosto comune: ci si ferma e ci si sente stanchi.
Non la piacevole rilassatezza che avevamo immaginato. Stanchi davvero.
La conclusione più immediata potrebbe essere che le vacanze non stanno funzionando. Ma quella stanchezza potrebbe non essere nata durante la pausa. Potrebbe essere diventata semplicemente più facile da sentire.
Nelle giornate piene siamo molto bravi a continuare. Ci sono appuntamenti, persone, scadenze, spostamenti. Facciamo quello che va fatto e il corpo viene con noi.
Quando una parte delle richieste diminuisce, può diventare più evidente ciò che prima rimaneva sullo sfondo: stanchezza, bisogno di dormire, una tensione fisica che adesso riconosciamo con maggiore chiarezza.
Ma le sorprese non vanno tutte nella stessa direzione.
Qualcuno cambia ritmo e scopre energia. Cammina più del solito senza che gli pesi, si sveglia con voglia di uscire, ritrova curiosità, iniziativa, magari il desiderio di fare qualcosa che aveva lasciato da parte.
Non c’è bisogno di stabilire quale delle due esperienze sia quella giusta.
In un caso, condizioni diverse possono rendere più percepibile una stanchezza che prima aveva poco spazio per essere ascoltata. Nell’altro possono lasciare emergere una vitalità che nella routine trovava meno possibilità di esprimersi.
Il dato interessante è un altro: per accorgerci di come stiamo conta anche la condizione nella quale ci troviamo mentre ci ascoltiamo.
Cambiare ritmo non deve necessariamente produrre qualcosa di nuovo. A volte modifica semplicemente le condizioni nelle quali riusciamo a percepire quello che c’è.
Quanta attenzione costa una giornata normale?
Fin qui abbiamo parlato di tempo e di corpo. Ma c’è qualcosa che attraversa entrambi.
L’attenzione.
Una giornata normale ne richiede parecchia. Non necessariamente perché siamo concentratissimi, anzi. Un messaggio, una telefonata, qualcuno che parla, un appuntamento, il navigatore mentre guidiamo, una notifica, la cosa che stiamo facendo e quella che dobbiamo ricordarci di fare dopo.
Non è un difetto della vita moderna da correggere con qualche buona pratica. È, molto semplicemente, una parte della vita.
In vacanza, però, alcune di queste richieste possono perdere importanza. Possiamo non sapere che ore sono. Lasciare il telefono in borsa. Dimenticarci per qualche ora di qualcosa che a casa avremmo controllato tre volte.
Molliamo un po’ la presa.
Ed è qui che la questione diventa interessante: quando l’attenzione non è continuamente reclamata, dove va?
Al panorama. A una persona. A una sensazione nel corpo. A un pensiero che riesce finalmente ad arrivare fino in fondo senza essere interrotto dal successivo.
A volte non va da nessuna parte in particolare.
Non siamo necessariamente diventati più attenti, più presenti o più disciplinati. Abbiamo semplicemente, per qualche momento, un’attenzione meno occupata.
È una differenza sottile, ma cambia la domanda.
Non più: come posso prestare più attenzione?
Piuttosto: che cosa occupa abitualmente la mia attenzione?
Non per eliminare tutto ciò che la richiede. Sarebbe poco realistico. Ma accorgersi di dove va la nostra attenzione può già dirci qualcosa sul modo in cui stiamo vivendo una giornata.
E quando si torna?
Prima o poi la valigia viene disfatta e il calendario ricomincia a riempirsi.
Pretendere di conservare il “ritmo delle vacanze” avrebbe poco senso. Le condizioni cambiano perché la vita cambia.
Possiamo però osservare che cosa, in quei giorni, ci aveva permesso di sentire meglio alcune cose.
Forse avevamo dormito di più. Camminato di più. Avuto meno orari. Visto persone con cui stiamo bene. Passato più tempo fuori casa. Lasciato qualche spazio senza destinazione. O forse avevamo semplicemente smesso, ogni tanto, di anticipare mentalmente la cosa successiva.
Non occorre ricavarne subito un programma.
Anzi, visto quello che abbiamo appena scoperto sull’ozio, sarebbe quasi fuori luogo.
Un piccolo esperimento, senza farne un altro compito
Si può però provare una cosa.
Lasciare un piccolo intervallo della giornata senza assegnargli in anticipo una funzione. Non “tempo per rilassarsi”, non “tempo per sé”, non un esercizio da eseguire correttamente.
Dieci minuti che, almeno in partenza, non devono servire a niente.
Poi vedere che cosa accade.
Che cosa sento nel corpo? Dove va spontaneamente la mia attenzione? Compare subito il bisogno di prendere il telefono, sistemare qualcosa, alzarmi? Mi viene voglia di camminare, leggere, telefonare a qualcuno? Oppure di non fare proprio nulla?
Non c’è niente da interpretare e nessun risultato da ottenere.
Si tratta soltanto di osservare.
Alla fine, cambiare ritmo può essere anche questo: trovarsi per un momento in condizioni diverse e scoprire che cosa diventa più facile percepire.
E la domanda da riportare nella quotidianità potrebbe essere molto semplice:
che cosa cambia in me quando cambia il modo in cui vivo il mio tempo e dove va la mia attenzione?
Il nostro ricercatore, nel frattempo, potrebbe anche chiudere il suo diario di osservazione.
Sempre che non gli venga in mente qualcosa di utile da fare.



